Lezione
del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
alla prima edizione di Biennale Democrazia
Torino – Teatro Regio, 22 aprile 2009
Spero non vi stupirà che io parta, in questa mia riflessione,
da un racconto personale. Sono in effetti convinto che non sia superfluo
ricordare – anche col contributo di chi può darne testimonianza
– di quale storia sia figlia la nostra democrazia repubblicana, e
quella Costituzione che ne rappresenta insieme lo spirito, l’impalcatura
e la garanzia. Non è superfluo vista la leggerezza con cui
si assumono oggi atteggiamenti dissacranti e si tende a mettere in
causa un patrimonio di principi che ha costituito per l’Italia un’acquisizione
sofferta collocandola nel grande solco del pensiero e del progresso
liberale e democratico dell’Europa e dell’Occidente.
Parto dunque dal racconto personale.
Avevo appena compiuto diciott’anni quando il 25 luglio del 1943 fui,
come tutti gli italiani, raggiunto via radio a tarda sera dalla fulminante,
imprevedibile notizia della caduta di Mussolini. Imprevedibile anche
nella forma, che aveva un sapore di rito antico, da lungo tempo dimenticato
: accettazione, da parte del Capo dello Stato, delle dimissioni del
Capo del governo. Si seppe poi che il dimissionamento di Mussolini
era stato provocato dal fatto, anch’esso inaudito, di un voto di sostanziale
sfiducia adottato, con sorprendente procedura democratica, dal massimo
organo dirigente del Partito al potere, di cui Mussolini era sempre
stato arbitro assoluto. Al fondo di quei pur imprevedibili eventi
vi era naturalmente una crisi profonda via via maturata nel rapporto
tra il paese e il fascismo, a cominciare dal suo capo, per effetto
dell’andamento disastroso della guerra da lui irresponsabilmente voluta,
e del peso sempre più insopportabile delle sofferenze inflitte
alla popolazione. Di questo ero stato anch’io testimone e partecipe
vivendo l’odissea dei cento bombardamenti che avevano colpito la città
di Napoli.
La notizia della caduta di Mussolini e del suo governo suscitò
perciò un immediato senso di liberazione: dal fascismo e, ci
si illuse, dalla guerra. Torno con la mente alla sera del 25, e ancora
ricordo come condivisi con l’amico che mi era più vicino quel
momento di eccitazione e di euforia. Avevamo già da tempo maturato,
insieme con altri della nostra generazione, non solo la più
radicale contrapposizione al fascismo ma anche la convinzione, cui
pure non era stato facile giungere, che la salvezza per l’Italia potesse
venire solo dalla sconfitta ad opera delle forze alleate. E in effetti
fu determinante l’avvicinarsi delle forze anglo-americane, dalla fine
del 1942, al territorio italiano fino ad invaderlo e percorrerlo a
partire dal Sud, dalla Sicilia.
Le posizioni cui ero venuto aderendo da quando nel primo semestre
del 1942, frequentando l’ultimo anno di liceo a Padova, avevo scoperto
la politica e l’antifascismo, potei ritrovarle e approfondirle nel
gruppo di giovani di cui entrai a far parte iscrivendomi all’Università
di Napoli. Ma quelle posizioni non potevano abbracciare le conseguenze
che avrebbe avuto il ritiro dell’Italia sconfitta dalla alleanza con
la Germania nazista. All’indomani della liberazione di Napoli dal
terrore tedesco e dell’arrivo delle truppe alleate alla fine di settembre
del 1943, ebbi la percezione più diretta della condizione durissima
in cui era precipitata la mia città, chiamata a vivere, dopo
la liberazione, l’esperienza dell’occupazione americana : un’esperienza
caotica e febbrile, per il “saltare del coperchio” – secondo il ricordo
e la descrizione dell’allora giovanissimo scrittore Raffaele La Capria
– per il cessare della lunga “costrizione (parole, sempre, di La Capria)
del regime, della guerra, dei bombardamenti quotidiani, della paura,
della fame, dell’isolamento.”
La realtà del paese era questa – non facile oggi da immaginare
per chi non ne abbia personale memoria come me, e perciò ho
voluto rievocarla – ed era quella della guerra che (lungi dal concludersi
secondo le speranze del 25 luglio) continuava a flagellare il resto
dell’Italia rimasta nel cerchio dell’oppressione nazista, da Roma
in su, lasciando dovunque un’eredità di lutti e di macerie.
Fu dunque da una realtà disperante che si dové partire
per rifondare la democrazia in Italia. Valgano le scarne, drammatiche
frasi annotate nel suo diario, il 15 dicembre 1943, da un grande intellettuale
antifascista, Benedetto Croce, identificatosi da studioso con la causa
dell’unità italiana e con la storia dello Stato unitario :
“Sono sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane
avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente
e moralmente, è distrutto. Sopravvivono solo nei nostri cuori
le forze ideali con le quali dobbiamo affrontare il difficile avvenire,
senza più guardare indietro, frenando il rimpianto.”
In effetti, quelle forze ideali si manifestarono nello stesso non
breve tempo dell’occupazione tedesca nel Centro-Nord – in una Italia
“tagliata in due” – attraverso lo sviluppo della Resistenza in armi
e di una generosa mobilitazione di popolo in nome della libertà,
dell’indipendenza, della dignità della patria italiana.
Ma, finita la guerra, l’avvenire andava affrontato avviando la ricostruzione
materiale del paese paurosamente sconvolto e immiserito, e ripristinando
condizioni essenziali di governabilità democratica. E questa
prima tappa fu percorsa sotto la guida dei governi di coalizione antifascista
che si succedettero tra l’aprile del 1944 e il 1945 a Liberazione
dell’intera Italia ormai conclusa. Le tappe successive furono quelle
che scandirono un impegno di ricostruzione, non meno necessaria e
vitale, sul piano politico e statuale. Con la creazione della Consulta
nazionale si diede vita a un organismo rappresentativo – ancorché
non elettivo – del risorto pluralismo politico. Con l’istituzione
del Ministero per la Costituente si gettarono le basi di quella che
avrebbe dovuto essere la missione di un’Assemblea eletta dal popolo
con il mandato di adottare una Carta Costituzionale. Infine, con il
riconoscimento del diritto delle donne a votare, e ad essere elette,
già nelle prime libere elezioni amministrative, si predisposero
le condizioni perché le decisive prove del referendum istituzionale
e dell’elezione dell’Assemblea Costituente si svolgessero finalmente,
per la prima volta nella storia d’Italia, a suffragio universale.
Così rinacque la democrazia in Italia, su basi più ampie
e solide che mai nel passato ; e rinacque in pari tempo con il ricostituirsi
dei partiti, dei sindacati, di altre organizzazioni sociali e libere
associazioni, di organi di stampa indipendenti e rappresentativi di
una pluralità di opinioni ; rinacque con il crescere di una
partecipazione senza precedenti dei cittadini alla vita pubblica.
Non voglio, sia chiaro, suggerire un’immagine idilliaca di quegli
anni da cui sarebbero scaturite la scelta della Repubblica e la Costituzione
; l’acquisizione degli ideali e dei principi democratici non fu né
immediata né incontrastata ; e dinanzi al rinascente ruolo
dei partiti sorse anche un movimento per contestarlo, (il cosiddetto
“Uomo Qualunque”) e non senza successo. Ma non c’è dubbio che
si mise in moto un processo irresistibile, dall’alto e dal basso,
di riedificazione democratica. Coronamento di tale processo fu l’elaborazione
– in un clima di straordinario fervore intellettuale e politico, attraverso
il confronto e l’avvicinamento tra le diverse forze politiche e correnti
culturali accomunate dall’antifascismo – della Costituzione repubblicana.
Il confronto in Assemblea Costituente e il suo approdo finale, il
testo votato da una maggioranza del 90 per cento il 22 dicembre 1947,
furono, certo, profondamente segnati dalle dure lezioni del passato
– il crollo dello Stato liberale, l’avvento di una dittatura personale
e di partito, la scelta fatale delle guerre di aggressione. Ma essi
rispecchiarono nello stesso tempo il tendenziale dinamismo della società
italiana in condizioni di ritrovata libertà, e lo slancio popolare
verso un nuovo e più giusto ordine economico e sociale, verso
un assetto autenticamente democratico.
La Costituzione repubblicana non è dunque una specie di residuato
bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta far intendere.
Essa fu preparata da indagini a tutto campo e cospicue pubblicazioni
del Ministero per la Costituente, che esplorò tra l’altro le
Costituzioni e le leggi elettorali dei principali altri paesi, mettendo
a confronto le esperienze altrui e le condizioni del nostro paese.
La Carta che scaturì dall’Assemblea Costituente, nacque dunque
guardando avanti, guardando lontano : essa seppe – partendo da esperienze
drammatiche, di cui scongiurare ogni possibile riprodursi – dare fondamenta
solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia
democratica. Quelle fondamenta poggiavano sui valori maturati nell’opposizione
al fascismo, nella Resistenza, in nuove elaborazioni di pensiero e
programmatiche ; quelle prospettive furono affidate a uno sforzo sapiente,
nelle formulazioni e negli indirizzi della Carta, per tenere aperte
le porte del nuovo edificio alle imprevedibili evoluzioni e istanze
del futuro.
I valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi
in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre
impulsi positivi e propositivi, e poterono perciò tradursi,
con la Costituzione, in principi e in diritti condivisibili anche
da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza.
Perciò il 25 aprile non è festa di una parte sola.
Principi cui ispirare la legislazione, la giurisprudenza, i comportamenti
effettivi di molteplici soggetti pubblici e privati ; diritti da garantire,
anche attraverso il ricorso alla giustizia, da rispettare nel concreto
dei rapporti sociali e civili.
Questo è un punto sul quale vale la pena di insistere. La Costituzione
non è una semplice carta dei valori. Essa ha certamente una
forte carica ideale e simbolica, capace di ispirare e unire gli italiani.
Ma i suoi ideatori mirarono a farne un corpo coerente di principi
e norme che avessero, senza eccezione alcuna, “un valore giuridico
come direttiva e precetto al legislatore e criterio di interpretazione
per il giudice”. Con quelle parole si espresse il Presidente della
Commissione dei 75 che in seno all’Assemblea Costituente aveva predisposto
il progetto di Costituzione ; e la prima sentenza della Corte Costituzionale
istituita nel 1955 stabilì che anche le disposizioni cosiddette
programmatiche contenute nella Costituzione avevano rilevanza giuridica.
Insomma, la Costituzione repubblicana non solo non fu mai intesa come
manifesto ideologico o politico di parte ; ma nemmeno si limitò
a formulare valori nazionali, storico-morali, unificanti. La nostra
come ogni altra Costituzione democratica è legge fondamentale,
architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale.
E in quanto tale essa va applicata e rispettata : applicata non una
volta per tutte, ma in un processo inesauribile di adesione a nuove
realtà, a nuove sensibilità, a nuove sollecitazioni.
Così l’hanno intesa ed applicata governi e Parlamenti della
Repubblica, così l’ha intesa, e ha vegliato sul suo rispetto,
la Corte Costituzionale.
E’ legge fondamentale, è legge suprema, la Costituzione, anche
e innanzitutto nel segnare i limiti entro cui può svolgersi
ogni potere costituito e viene “disciplinata” la stessa volontà
sovrana del popolo (Fioravanti 2009). Si rifletta, a questo proposito,
sul primo articolo della nostra Carta Costituzionale, là dove
recita : “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita
nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Una volta cioè
che il potere costituente espresso dal popolo sovrano con l’elezione
di una assemblea investita di quel mandato si sia compiuto, ogni ulteriore
espressione della sovranità popolare, ogni potere delle istituzioni
rappresentative, il potere legislativo ordinario come il potere esecutivo,
riconosce la supremazia della Costituzione, rispetta i limiti che
essa gli pone. Questa è caratteristica essenziale della moderna
democrazia costituzionale, quale si è voluto fondarla in Italia,
con il più ampio consenso, alla luce delle esperienze del passato
e con l’occhio rivolto ai modelli dell’Occidente democratico. Comune
a quei modelli, pur nella loro varietà, è il senso dei
limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura
popolare, diretta o indiretta, di chi governa.
Rispettare la Costituzione è dunque espressione altamente impegnativa
: ben al di là di una superficiale e generica attestazione
di lealtà. Rispettarla significa anche riconoscere il ruolo
fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità
delle istituzioni di garanzia. Queste non dovrebbero mai formare oggetto
di attacchi politici e giudizi sprezzanti, al di là dell’espressione
di responsabili riserve su loro specifiche decisioni. Tutte le istituzioni
di controllo e di garanzia non possono essere viste come elementi
frenanti del processo decisionale, ma come presidio legittimo di quella
dialettica istituzionale che in definitiva assicura trasparenza, correttezza,
tutela dei diritti dei cittadini.
Questo richiamo ad essenziali caratteristiche della democrazia costituzionale
non ha nulla a che vedere con una visione statica della nostra Carta,
con una sua celebrazione fine a se stessa o con l’affermazione della
sua intoccabilità. Ho già detto delle potenzialità
che presentano principi e indirizzi introdotti nella Costituzione
repubblicana in termini tali da tenere le porte aperte al futuro :
è perciò giusto e possibile avere della nostra Carta
una visione dinamica, scavare in essa per coglierne tutte le suggestioni
attuali. Si deve così far vivere la Costituzione : come in
sessant’anni si è già, attraverso molteplici contributi,
teso concretamente a fare.
Nello stesso tempo, va ancora una volta ripetuto che gli stessi padri
Costituenti vollero prospettare possibili esigenze e precise procedure
di revisione della Costituzione. Il testo entrato in vigore il 1°
gennaio 1948 è stato d’altronde già toccato, già
riveduto in decine di articoli, qualcuno dei quali, in anni recenti,
di notevole rilievo, e in un intero Titolo della Seconda Parte. E
su ulteriori revisioni il discorso è non solo pienamente legittimo,
ma per generale riconoscimento obbiettivamente fondato. Ad una revisione
più ampia della Costituzione si lavorò concretamente
in Parlamento nel 1993-94, nel 1996-97 e nel 2004-2006, sulla base
di procedure esse stesse integrate rispetto a quelle segnate nell’art.
138.
Nessuno di quei tre tentativi di riforma – relativi alla seconda parte
della Costituzione, e cioè all’“ordinamento della Repubblica”
– è, in diverse circostanze e per diverse ragioni, andato a
buon fine. Ma le forze politiche presenti in Parlamento convergono
largamente sulla necessità che quell’“ordinamento” richieda
di essere riveduto e adeguato in più punti. Non si può
solo denunciare il rischio che esso sia stravolto. Si ricordi che
se ne postulò, nel modo più autorevole già dopo
le elezioni del 1992, una revisione che incidesse “nell’articolazione
delle diverse istituzioni” : ridefinendone i caratteri, le prerogative,
il modo di operare dell’una o dell’altra, e ridefinendo gli equilibri
tra esse.
Spetta ancora una volta al Parlamento pronunciarsi sulla possibilità
di procedere in questa direzione, sugli obbiettivi da perseguire,
sul grado di consenso a cui tendere. Pur non potendo – nell’esercizio
del ruolo attribuitomi dalla Costituzione – esprimere indicazioni
di merito, suggerire ipotesi di soluzione, ritengo che sia mia responsabilità
esortare le forze presenti in Parlamento a uno sforzo di realismo
e di saggezza per avviare il confronto su essenziali proposte di riforma
della seconda parte della Costituzione, sulle quali sia possibile
giungere alla più ampia condivisione. Lo spirito dovrebbe essere
quello, come si è di recente autorevolmente detto, di una rinnovata
“stagione costituente”. Non c’è da ripartire da zero ; non
c’è da arrendersi a resistenze conservatrici né, all’opposto,
da tendere a conflittualità rischiose e improduttive ; occorre
che da tutte le parti si dia prova di consapevolezza riformatrice
e senso della misura.
Non c’è da ripartire da zero, anche perché sia attraverso
revisioni parziali della Carta del 1948, sia attraverso innovazioni
nelle leggi elettorali e nei regolamenti parlamentari, nonché
in rapporto a cambiamenti prodottisi nel sistema politico, i termini
di diverse questioni sono già sensibilmente mutati. E’ in corso
una visibile evoluzione – in senso regionalistico federale – della
forma di Stato ; e in quanto alla forma di governo, pur essendo essa
rimasta parlamentare, non trascurabili sono le nuove modulazioni che
ha già conosciuto.
Nell’ambito della forma di governo parlamentare, che è quella
di gran lunga prevalente in Europa, sono possibili, e in effetti si
sono espressi, equilibri diversi tra governo e Parlamento, tra potere
esecutivo e potere legislativo, e anche tra questi due poteri e quello
giudiziario. La Costituzione italiana del 1948 fu certamente contrassegnata
da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle
del governo. Le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale
di quest’ultimo rimasero allora in secondo piano. Ma molte cose sono
via via cambiate, già negli anni ’80 con le riforme dei regolamenti
parlamentari, e sempre di più a partire dagli anni ’90 con
il crescente ricorso alla decretazione d’urgenza e all’istituto del
voto di fiducia e da ultimo con il rafforzarsi del vincolo tra governo
e maggioranza parlamentare, così come con il drastico ridursi
della frammentazione politica in Parlamento. Ciò ha indotto
uno studioso e protagonista come Giuliano Amato a giudicare (in un
suo recente scritto) “oggi obsoleta la tradizionale constatazione
della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.
E allora, è del tutto legittimo politicamente, ma partendo
da questi dati di fatto, e dunque senza cadere in enfasi polemiche
infondate, verificare quali concreti elementi di ulteriore rafforzamento
dei poteri del governo, e di chi lo presiede, possano introdursi sulla
base di motivazioni trasparenti e convincenti.
Quel che è risultata, anche di recente, condivisa e percorribile
è di certo l’ipotesi di una riforma della Costituzione che
segni il superamento dell’anomalia di un anacronistico bicameralismo
perfetto, il coronamento dell’evoluzione in senso federale, da tempo
in atto, come ho ricordato, con la istituzione di una Camera delle
autonomie in luogo del Senato tradizionale. Ne scaturirebbe anche
una razionalizzazione del processo legislativo, e con essa quel “legiferare
meglio” che viene giustamente sempre più spesso invocato.
Vorrei però a questo punto allargare la visuale della mia riflessione
per cogliere – al di là dello specchio spesso deformante delle
dispute politiche strettamente italiane – questioni e dilemmi che
attraversano, e già da tempo, il discorso sulla democrazia
in Occidente. Da decenni ormai si è aperto il dibattito generale
sulla governabilità delle società democratiche : nelle
quali, a una crescente complessità dei problemi e a un tendenziale
moltiplicarsi delle domande e dei conflitti, non corrispondono capacità
adeguate di risposta, attraverso decisioni tempestive ed efficaci,
da parte delle istituzioni.
Nell’affrontare a suo tempo questo tema cruciale, Norberto Bobbio
osservò che mentre all’inizio della contesa sul rapporto tra
liberalismo e democrazia “il bersaglio principale era stato la tirannia
della maggioranza”, esso stava finendo per assumere un segno opposto,
“non l’eccesso ma il difetto di potere”. E Bobbio aggiunse, pur senza
eludere il problema : “la denuncia della ingovernabilità tende
a suggerire soluzioni autoritarie”. Un monito, quest’ultimo, che non
si dovrebbe dimenticare mai. E dal quale va ricavata l’esigenza di
tenere sempre ben ferma la validità e irrinunciabilità
delle “principali istituzioni del liberalismo” – concepite in antitesi
a ogni dispotismo – tra le quali –, nella classica definizione dello
stesso Bobbio, “la garanzia di diritti di libertà (in primis
libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri,
la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”.
E sempre Bobbio metteva egualmente l’accento sulla rappresentatività
del Parlamento, sull’indipendenza della magistratura, sul principio
di legalità.
Tutto ciò non costituisce un bagaglio obsoleto, sacrificabile
– esplicitamente o di fatto – sull’altare della governabilità,
in funzione di “decisioni rapide, perentorie e definitive” da parte
dei poteri pubblici. Ho evocato – ed è di certo tra gli istituti
non sacrificabili – la distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo,
giudiziario) ; e mi sarà permesso di richiamare anche il riconoscimento
del Capo dello Stato come “potere neutro”, secondo il principio che,
enunciato da Benjamin Constant due secoli fa, ispirò ancora
i nostri padri costituenti nel disegnare la figura del Presidente
della Repubblica.
Ho egualmente menzionato come essenziale la rappresentatività
del Parlamento : a proposito della quale penso si possa dire che essa
non viene fatalmente incrinata da regole vigenti in diversi paesi
democratici, finalizzate ad evitare un’eccessiva frammentazione politica,
ma rischia di risultare seriamente indebolita in assenza di valide
procedure di formazione delle candidature e di meccanismi atti ad
ancorare gli eletti al rapporto col territorio e con gli elettori.
In definitiva, non si può ricorrere a semplificazioni di sistema
e a restrizioni di diritti in nome del dovere di governare. Grande
è certamente la difficoltà del governare in condizioni
di pluralismo sociale, politico e istituzionale, e ancor più
in presenza, oggi, della profonda crisi che ha investito le nostre
economie. Ma non c’è, sul piano democratico, alternativa al
confrontarsi, al combinare ascolto, mediazione e decisioni, al giungere
alla sintesi con la necessaria tempestività ma senza sacrificare
i diritti e l’apporto della rappresentanza.
E a ciò non si sfugge nemmeno nei sistemi politico-istituzionali
che sembrano assicurare il massimo di affermazione del potere di governo
affidato a una suprema autorità personale. Mi riferisco naturalmente
a sistemi e modelli autenticamente democratici come quello presidenzialista
degli Stati Uniti d’America : dove, al di là del mutare o dell’oscillare,
nel tempo, dell’equilibrio tra Presidente e Congresso, a quest’ultimo,
cioè alla rappresentanza parlamentare, nella sua netta separazione
dall’esecutivo, viene riservata sempre un’ampia area di influenza
e di intervento – e in definitiva l’ultima parola – nel processo deliberativo.
Anche nei momenti, aggiungo, di emergenza e urgenza nazionale, come
ci dicono le recenti vicende del complesso rapporto – sul terreno
legislativo – tra il nuovo Presidente, la nuova Amministrazione americana,
e il Congresso degli Stati Uniti.
Si parla da tempo, e spesso, di crisi della democrazia rappresentativa,
in riferimento all’indebolirsi delle sue istituzioni e della fiducia
che in esse ripongono i cittadini. Ma da più parti si sono
venute positivamente proponendo concezioni più ampie, che vedono
– si è scritto – “la rappresentanza come processo che connette
la società e le istituzioni”, che affidano alla politica le
responsabilità di un legame operante “tra l’interno e l’esterno
delle istituzioni politiche”, l’attivazione di una “corrente comunicativa”
– espressione che a me pare molto felice – “tra società civile
e società politica” (Urbinati, 2006). E in questo senso si
è in effetti venuto aprendo il campo di ricerche e proposte
interessanti per giungere a forme concrete di democrazia partecipativa
e deliberativa diffusa : forme concrete sperimentabili in particolar
modo attraverso il raccordo tra assemblee elettive regionali e locali
e realtà associative e canali di consultazione e di coinvolgimento
dei cittadini in trasparenti processi decisionali. Non una datata
contrapposizione ideologica, cioè, tra democrazia rappresentativa
e democrazia diretta, ma uno sforzo d’integrazione tra istituzioni,
nell’esercizio delle loro funzioni e prerogative, ed espressioni di
un più vasto moto di partecipazione democratica a tutti i livelli.
L’esigenza di suscitare la vicinanza e l’adesione, non passiva ma
vigile e propulsiva, dei cittadini alle istituzioni democratiche,
l’esigenza di evitare un fatale indebolimento di queste ultime per
effetto di tendenze al distacco, alla sfiducia, all’indifferenza da
parte dei cittadini, appare complessa come non mai nell’attuale fase
storica – ed è questo l’ultimo punto che vorrei brevemente
toccare.
E’ in atto da tempo un passaggio dalle dimensioni nazionali della
sfera decisionale a dimensioni ultranazionali, europee e globali :
e c’è da chiedersi se sia praticabile in questo nuovo contesto
quella che si è venuta costruendo in Occidente come democrazia
rappresentativa. Questa si impose – ha osservato un eminente studioso
dei sistemi democratici, Robert Dahl – con il passaggio storico dalle
città-Stato agli Stati nazionali : si è ora in presenza
di un “cambiamento altrettanto importante per la democrazia” per effetto
del passaggio delle decisioni pubbliche a dimensioni transnazionali.
Vengono di qui interrogativi di fondo sulla possibilità di
controllare democraticamente le organizzazioni internazionali, le
decisioni prese a quel livello. E questi interrogativi stanno assumendo
– appare chiaro – una stringente attualità. Sulle risposte
ipotizzabili il dibattito è aperto in tutta la sua complessità.
Ma io desidero richiamare l’attenzione su un processo che è
già in atto e che può rappresentare un approccio fecondo
al discorso sul governo della globalizzazione : parlo del processo
delle integrazioni regionali, continentali o sub-continentali, che
si è concretamente prodotto in Europa ma tende a prodursi anche
fuori d’Europa.
La Comunità e quindi l’Unione Europea hanno rappresentato forme
originali, da oltre cinquant’anni a questa parte, di esercizio condiviso
della sovranità al livello sovranazionale. Ed è peraltro
un fatto che alla crescita di questa esperienza, dai primi Trattati
tra i sei paesi fondatori in poi, si è accompagnata la preoccupazione
di un deficit democratico, in quanto le decisioni si concentravano
in istituzioni come la Commissione e il Consiglio che sembrarono a
lungo sfuggire a un controllo democratico. A differenza, si diceva,
delle istituzioni tradizionali degli Stati nazionali. Ma essendo un
fatto irreversibile la perdita da parte di questi ultimi di quote
crescenti della loro sovranità, imponendosi sempre di più
– e mai come oggi questa ci appare un’esigenza imperiosa – decisioni
e politiche comuni al livello europeo, non poteva non sorgere la questione
del dar vita a istituti e forme corrispondenti di democrazia sovranazionale.
Ebbene, questa esigenza dopo essere rimasta, per non breve tempo,
largamente insoddisfatta, ha via via trovato sbocco nel rafforzamento
dell’investitura e del ruolo del Parlamento europeo. Non si può
certo dire che ogni insufficienza, ambiguità e contraddizione,
sia stata risolta. Ma passi in avanti decisivi sono stati compiuti,
dall’elezione diretta, a suffragio universale, del Parlamento europeo
all’attribuzione, che gli è stata sempre più riconosciuta,
di poteri determinanti nella formazione delle leggi dell’Unione, e
anche di più incisive funzioni di indirizzo e di controllo
nei confronti dell’esecutivo, identificato nella Commissione di Bruxelles.
Il Parlamento europeo si sta dunque affermando come l’istituzione
sovranazionale per eccellenza e come garante della legittimità
democratica dell’Unione : dovrebbero esserne consapevoli gli elettori
chiamati di qui a poco a votare per il Parlamento di Strasburgo.
Nello stesso tempo, con il Trattato costituzionale poi abortito ed
egualmente, però, con il Trattato di Lisbona di cui si sta
completando la ratifica, si sono aperte nuove possibilità di
cooperazione e sinergia tra istituzioni europee, segnatamente il Parlamento
europeo, e i Parlamenti nazionali; e nuove possibilità di comunicazione
e di dialogo strutturato tra istituzioni europee e società
civile. Non a caso dunque l’esperienza dell’integrazione europea viene
ormai assunta come riferimento – anche sotto il profilo della governabilità
democratica – per gli analoghi processi che si avviano in altri continenti
e per le strade da intraprendere sul piano globale.
L’impegno per l’ulteriore, più conseguente sviluppo dell’integrazione
europea è per noi italiani parte essenziale dell’impegno a
proiettare nel futuro la nostra Costituzione repubblicana. La prospettiva
dell’Europa unita, a favore della quale consentire alle necessarie
limitazioni di sovranità, fu evocata nel dibattito dell’Assemblea
costituente e fu di fatto anticipata nel lungimirante dettato dell’articolo
11 della nostra Carta. Per consolidare, far vivere e crescere la democrazia
in Italia e in un mondo in così impetuosa trasformazione, bisogna
non solo “presidiare” la Costituzione, tutelare e riaffermare i principi
e i diritti che essa ha sancito alla luce di dure lezioni della storia
; bisogna di continuo calarla nel divenire della società italiana
e anche della società internazionale.
Sappiamo quali orizzonti nuovi la Costituzione abbia aperto per il
nostro paese : orizzonti di libertà e di eguaglianza, di modernizzazione
e di solidarietà. La condizione per coltivare queste potenzialità,
in termini rispondenti ai bisogni e alle istanze che maturano via
via nel corpo sociale, nella comunità nazionale – la condizione
per rafforzare così le basi della democrazia e il consenso
da cui essa può trarre sicurezza e slancio – è in un
impegno che attraversi la società, che si faccia sentire e
pesi in quanto espressione della consapevolezza e della volontà
di molti, uomini e donne di ogni generazione e di ogni ceto.
In queste settimane, dinanzi alla tragedia del terremoto in Abruzzo,
l’Italia è stata percorsa da un moto di solidarietà
che ha dato il senso della ricchezza di risorse umane – vere e proprie,
preziose riserve di energia – su cui il paese può contare,
in uno spirito di unità nazionale. Se ne può trarre,
io credo, un buon auspicio anche per il manifestarsi, più in
generale, di quella sensibilità democratica e di quell’impegno
dei cittadini, a sostegno dei principi e degli indirizzi costituzionali,
di cui ho appena indicato la necessità. Parlo di un rilancio,
davvero indispensabile, del senso civico, della dedizione all’interesse
generale, della partecipazione diffusa a forme di vita sociale e di
attività politica. Parlo di uno scatto culturale e morale e
di una mobilitazione collettiva, di cui l’Italia in momenti critici
anche molto duri – perciò, oggi, di lì ho voluto partire
– si è mostrata capace. L’occasione per mostrarcene ancora
capaci è data dalla crisi profonda che ha investito, in un
contesto mondiale nuovo e complesso, l’economia e la società
italiana. L’appello è ad esserne, ciascuno di noi, pienamente
all’altezza.